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lunedì 3 giugno 2013

Valcalepio, ovvero il simbolo della rinascita dell'enologia bergamasca

Una delle zone della bergamasca più conosciute in Italia e all'estero è certamente la Valcalepio; nota per la presenza di numerosi vigneti in cui si produce l'omonimo vino DOC, è un'area dedicata alla viticultura da duemila anni. Con un'altitudine che varia da 150 mt a 1220mt, è può essere suddivisa in due diverse zone di crescita, ciascuna delle quali produce vini con differenti caratteristiche: ad est abbiamo infatti colline con composizione calcareo-marmosa, mentre nel nord ovest si parla di terreno scisto-argilloso.
 I tre vini DOC prodotti sono: Valcalepio Rosso, Valcalepio Bianco e Moscato di Scanzo; il primo è prodotto da un blend di Cabernet Sauvignon e Merlot (dove il Cabernet fa la parte del leone, tra il 25% ed il 60% nella composizione finale), mentre il Valcalepio Bianco si forma dalla sapiente miscela di Pinot Bianco e Chardonnay, che insieme devono arrivare almeno al 50% del prodotto finito.

Il Valcalepio è il simbolo della rinascita dell'enologia bergamasca: dopo periodi di alti e bassi, a partire dagli anni 70 in poi infatti si sono poste le basi per riportare all'apice il vino del Colleoni, inizialmente grazie alla Cantina Sociale Bergamasca che ha iniziato un buon numero di vinificazioni sperimentali, con vitigni autoctoni e vitigni miglioratori, i quali hanno portato alla creazione di questa tipologia DOC (1976); poi le tante piccole realtà produttive che si stavano affermando sui mercati regionali, sono state riunite dal Consorzio Tutela Valcalepio che è servito anche ampliare gli orizzonti degli operatori vitivinicoli bergamaschi: attraverso corsi di formazione e di marketing ad esempio, si sono resi conto che anche una zona piccola nella produzione può diventare grande nella qualità. Talmente grande che dobbiamo registrare l'ennesimo exploit dei vini bergamaschi al Concorso internazionale di Bruxelles, uno dei più importanti al mondo per il settore vinicolo. Sei vini prodotti in Valcalepio, presentati da cinque aziende orobiche, hanno meritato la medaglia d'oro o d'argento.
Nel medagliere orobico si distingue l'azienda «Castello degli Angeli» di Carobbio perché ha portato a casa due medaglie: una d'oro per il Valcalepio Rosso Amedeo 2006 Doc e una d'argento per il Valcalepio Rosso Barbariccia 2007 Doc. Altra medaglia d'oro è stata meritata dall'azienda Cattaneo Pierangelo con il Valcalepio Rosso Il Grena 2008 Doc.
Medaglie d'argento sono andate a: azienda Caminella di Cenate Sotto per il vino Bergamasca Rosso Luna Rossa 2009 Igt; Cantina Sociale Bergamasca di San Paolo d'Argon con Terre del Colleoni Schiava 2012 Doc; Villa Domizia - 4R srl di Torre de' Roveri con Valcalepio Rosso Riserva Gaudes 2007 Doc.

mercoledì 22 maggio 2013

Vini lombardi DOCG: Moscato di Scanzo

Il Moscato di Scanzo è un vino DOCG con tradizione antichissima, di cui si hanno testimonianze scritte già a partire dal 1347: viene infatti in quell'anno menzionato un lascito di Moscato bergamasco da parte di Alberico da Rosciate a beneficio di Jonolo de Priatini. 
In realtà gli storici datano il Moscato all'epoca degli Atestini (1000 a.C. ca), quando Ateste, in fuga da Troia, colonizzò la zona di Este e si spinse fino al fiume Serio, ponendo in esso i confini delle sue terre. 
Il Capitano di Venezia Giovanni da Lezze scrive che gli Atestini fondarono il villaggio di Ros (mazzo d'uva in greco), che con l'aggiunta del celtico ate (villaggio) divenne Rosate, oggi Rosciate.
Il nome Scanzo deriva invece dalla famiglia Scantii, da cui proveniva il centurione che era a capo di un accampamento stabilito da Caio Giulio Cesare nella zona. Scanzo e Rosciate vennero uniti in un unico comune nel 1600, per poi essere ancora divisi dopo qualche anno; la fusione definitiva risale al 1927, e al paese venne assegnato il nome di Scanzorosciate (BG).
All'architetto Giacomo Quarenghi è dovuta l'espansione del mercato del Moscato in Russia: lo portò infatti come dono alla zarina Caterina II; da qui la fama lo portò fino al mercato londinese (il Moscato veniva quotato alla Borsa di Londra nel 1850, unico vino italiano), e si dice fosse il vino più caro del mondo. Ancora oggi un socio produttore è fornitore della Real Casa d'Inghilterra.
La coltivazione del Moscato di Scanzo oggi è consentita solo nella fascia collinare del Comune di Scanzorosciate.
La vendemmia avviene successivamente a quella delle altre tipologie di vino, solitamente verso ottobre; le uve accuratamente selezionate (ogni ettaro può produrre al massimo 6 tonnellate d'uva), vengono fatte appassire per circa 40 giorni in ambienti molto areati ed asciutti.
Quindi avviene la pigiatura, una delle fasi fondamentali del processo di produzione del Moscato,che dura 5 giorni e origina un mosto carico di zuccheri e di aromi; in seguito si hanno la svinatura ed il travaso in un'ulteriore vasca.
Infine il mosto viene posto in recipienti di acciaio inox o vetro per fermentare, e successivamente viene illimpidito, travasato ed affinato; l'invecchiamento dura circa due anni dalla vendemmia.
Il Moscato di Scanzo è un vino di colore rosso rubino carico, molto profumato, speziato, con sapori che vanno dalla prugna ai frutti di bosco, dalla rosa canina alla salvia; il retrogusto, come per tutti i moscati, è amarognolo.
Unico DOCG della bergamasca, ed uno dei 5 nell'intera Lombardia, è tutelato fin dal 1993 da un Consorzio che deriva da quella che era l'Associazione dei Produttori del Moscato di Scanzo.
Consigliamo una visita al sito http://www.consorziomoscatodiscanzo.it/home.php?pagina=consorzio per informazioni ulteriori sul vino stesso, sui suoi produttori e sugli eventi che di volta in volta vengono organizzati per la promozione del Moscato.

venerdì 17 maggio 2013

Franciacorta e vino. Ne parla Carlo De Filippo, dell'omonima casa vinicola

In una piovosa mattina di Maggio mi reco a Coccaglio dall'Avvocato Carlo de Filippo per una breve intervista sull'azienda vitivinicola di famiglia:


Spiegaci le origini della tua azienda vitivinicola, e in cosa vi siete specializzati; quante bottiglie producete all'anno?
L'azienda viene fondata all'inizio del '900 dal bisnonno Domenico De Filippo senior, viticoltore, che si trasferisce nel bresciano dove inizia a diffondere vini attraverso la rete dei c.d. "Trani", dal nome della terra di provenienza dei vini più corposi ed alcolici, molto apprezzati dal consumatore dell'epoca. Durante la seconda guerra mondiale il nonno Luigi apre la sede di Coccaglio, ubicata nel castello medievale eretto su rovine romane, nella quale intraprende la produzione di vini più fini, imbottigliati. Solo con mio padre Domenico De Filippo jr., enologo, negli anni sessanta la cantina tocca i vertici qualitativi, abbandonando totalmente la produzione di vini comuni e rendendosi protagonista della fondazione del consorzio tutela Franciacorta, la cui storia è nota. Attualmente produciamo tutta la gamma di Franciacorta e Curtefranca, Il Muffito e la grappa di Muffito. La produzione complessiva si aggira intorno alle 100.000 bottiglie complessive.
Tu personalmente, da quando hai iniziato ad occuparti di vigne e di vino?
Ci sono nato. Ho coltivato interessi e studi in materia, conseguendo, nel 1987, il titolo di enologo presso la Scuola di Conegliano. Attualmente esercito la professione di avvocato, mentre la produzione vitivinocola è tuttora seguita da mio padre, Domenico, annata 1942 (!) che non dà alcun segno di cedimento, anzi!
Negli ultimi decenni c'è stato un vertiginoso aumento della produzione vinicola in Italia. Pensi che sia un bene, o che la maggiore quantità vada a discapito della qualità (pensando al fatto che l'incremento della produzione è soprattutto “merito” delle grandi industrie)
La produzione industriale di vino non consente certo di mantenere alti standard qualitativi. Il problema non tocca la Franciacorta, zona nella quale non vi è produttore che abbia mai inteso alterare lo spirito che accomuna tutti i produttori della zona, dediti a perseguire i massimi risultati qualitativi.
La tua azienda sente gli effetti della crisi? Pensi che ci rimetteranno soprattutto i piccoli imprenditori vinicoli, che per ovvi motivi non possono ribassare troppo i prezzi?
Forse sono proprio le aziende di piccole dimensioni ad essere avvantaggiate nella sfida competitiva che la crisi globale ci ha posto davanti. Intendo dire che una maggiore flessibilità e costi fissi contenuti posso consentire di stare sul mercato con maggiore serenità rispetto a chi è costretto a fare grandi volumi per sopravvivere.
Oggi vanno di moda le aziende agricole biologiche e biodinamiche, è una scuola di pensiero che si sta espandendo anche alla produzione di vino. Cosa ne pensi? E dei vini vegani?
Credo che l'argomento si presti a troppi equivoci e strumentalizzazioni. Di certo ogni produttore deve mirare alla qualità riducendo al minimo l'intervento sulla materia prima. Conservando, esaltando quello che la natura offre, in termini di profumi e sapori, e non alterandolo. Non bisogna però innamorarsi delle parole e badare alla sostanza. Come l'essere umano anche il vino può ammalarsi di tante "malattie" che hanno tutte una causa naturalissima e biologica, che deve essere prevenuta ed evitata. Nel fare questo, è bene tenere presente che, altrettanto, il vino è dotato dei mezzi per difendersi dalle malattie e curarsi, secondo natura. La scelta, nel caso concreto sta alla scienza ed alla coscienza del produttore, in particolare dell'enologo.
Da qualche giorno è stato formato un nuovo governo, con un ministro dell'agricoltura...acerbo sull'argomento per usare un eufemismo. Quali pensi che siano i problemi del tuo settore, quali dovrebbero essere affrontati con urgenza?
La priorità consiste nell'aiutare l'eccellenza italiana ad emergere all'estero. Temo che questo non rientri nella cultura stessa dei nostri rappresentanti. Tradizionalmente l'imprenditore privato è lasciato a sé stesso. in particolari i piccoli produttori. Ciò rappresenta il limite ma al tempo stesso uno stimolo a fare sempre meglio.
La tua è un'azienda con una tradizione di generazioni; cosa potresti consigliare a chi, invece, decide di far nascere un'azienda vitivinicola da zero?
Come diceva non so quale economista, per buttare il proprio denaro tre sono i metodi più diffusi: andare a donne, giocare d'azzardo e investire in agricoltura. Il primo è il più divertente, il secondo è il più stupido, il terzo è il più sicuro. Seriamente: consiglierei di considerare la cosa come una scelta di vita da valutare almeno sui vent'anni, non badando al profitto che se ne può ricavare ma alle soddisfazioni, che sono tante.
E dopo questa intervista,non poteva mancare un brindisi finale con un ottima bottiglia di Franciacorta Saten Brut Luca Marenzio, prosit!